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Jung: l’essenza della psiche

Il Volume 8 delle Opere di Carl Gustav Jung occupa una posizione singolare all’interno dell’intero edificio della psicologia analitica. Jung riflette esplicitamente sui fondamenti, sui limiti e sulle implicazioni epistemologiche del concetto di psiche. È il luogo in cui la psicologia smette di essere soltanto una disciplina clinica e diventa una vera e propria teoria della mediazione tra natura e cultura, istinto e simbolo, materia e spirito.

In queste pagine Jung affronta un problema che attraversa tutta la modernità: che cos’è la psiche? È coscienza? È energia? È funzione biologica? È produzione simbolica? Oppure è il luogo in cui tutte queste dimensioni entrano in relazione? Il Volume 8 costruisce una mappa concettuale complessa, fatta di soglie, gradienti, opposizioni e trasformazioni. In questo volume troviamo il saggio “Riflessioni teoriche sulla natura della psiche” (1954) da cui questo articolo prende ispirazione. Il filo conduttore sarà l’idea che la psiche vada compresa come campo energetico strutturato, in cui la coscienza emerge per differenziazione dall’istinto e si confronta costantemente con ciò che la supera, sia verso il basso (la base organica) sia verso l’alto (lo spirito e l’archetipo).

Lo psichico come emancipazione dalla forma istintuale

Jung afferma che lo psichico appare come un’emancipazione della funzione dalla forma istintuale e dalla sua obbligatorietà.

L’istinto, lungi dall’essere una pulsione caotica, è una modalità di funzionamento rigidamente determinata: ogni istinto è legato a una forma, a un quadro di condizioni e di risposte che si ripete con carattere coattivo.

Quando una funzione rimane completamente assorbita in questa forma, essa si irrigidisce e si riduce a un meccanismo.

La psiche, invece, inizia ad esistere là dove una funzione può essere sottratta alla necessità automatica e diventare almeno in parte disponibile alla volontà.

Questo passaggio è un evento decisivo per la conservazione dell’esistenza: consente adattamenti più flessibili, deviazioni creative, soluzioni non previste.

Tuttavia, Jung sottolinea subito il rovescio della medaglia. La differenziazione della funzione dall’istintività obbligatoria accresce la possibilità di collisioni. Dove nasce la libertà, nasce anche il conflitto. Le fratture, le dissociazioni, la perdita dell’unitarietà della coscienza sono conseguenze strutturali di questo processo di emancipazione.

In altri termini, la coscienza introduce tensioni che mettono costantemente in pericolo la sua stessa unità.

Lo psichico appare come un’emancipazione della funzione dalla forma istintuale e dalla sua obbligatorietà che, come unica determinazione della funzione, la irrigidisce riducendola a un meccanismo. […] La differenziazione della funzione dalla istintività obbligatoria all’utilizzabilità volontaria ha un’importanza rilevantissima ai fini della conservazione dell’esistenza. Essa accresce però la possibilità di collisioni e genera fratture, ossia proprio quelle dissociazioni che tornano sempre a porre in forse l’unitarietà della coscienza. (Jung, Riflessioni teoriche sulla natura della psiche, Opere Vol. 8)

Volontà ed energia psichica: una libertà limitata

Per comprendere questo equilibrio instabile, Jung definisce la volontà in termini energetici. La volontà è una somma limitata di energia, una quota di libido di cui la coscienza può disporre relativamente liberamente. Se una tale riserva non esistesse, nessuna modificazione delle funzioni sarebbe possibile.

Jung insiste su un punto spesso frainteso dalla cultura moderna: la volontà è sempre motivata da istinti, ma non in modo assoluto, altrimenti non sarebbe volontà. La libertà empirica di scelta presuppone un margine.

Per questo motivo:

  • la volontà non può superare i limiti della sfera psichica
  • non è in grado di costringere l’istinto
  • non ha potere sullo spirito, inteso non solo come intelletto ma come dimensione autonoma di senso

Istinto e spirito sono entrambi autonomi e, ciascuno a suo modo, delimitano il campo d’azione della volontà. La coscienza si muove quindi in uno spazio intermedio, costretta a negoziare con forze che non controlla pienamente.

In questa sfera che definisco col termine di psichica la volontà è in ultima analisi “motivata da istinti”, ma non in assoluto, perché altrimenti non sarebbe una volontà, termine che implica per definizione una certa libertà di scelta. Essa significa una somma limitata di energia di cui la coscienza può disporre liberamente. Una somma di libido (= energia) di questo genere, che resta a disposizione, deve esistere, perché in caso contrario non sarebbero possibili modificazioni delle funzioni (Ibidem)

Questa concezione demolisce ogni illusione volontaristica: non basta “decidere” per trasformare la psiche. Ogni atto di volontà efficace deve fare i conti con i vincoli energetici e simbolici che lo precedono.

I confini della psiche: tra base organica e forma spirituale

Jung propone una definizione sorprendentemente sobria e radicale: la psiche vera e propria si estende fin dove vi sono funzioni influenzate dalla volontà. Al di sotto di questo limite, la funzione sprofonda nella base organico-materiale; al di sopra, trapassa in una forma cosiddetta spirituale, la cui natura resta in gran parte ignota.

La volontà non può superare i limiti della sfera psichica; non è in grado di costringere l’istinto, e non ha potere sullo spirito, intendendo con questo termine non esclusivamente l’intelletto. Spirito e istinto sono a loro modo autonomi, e sia l’uno che l’altro circoscrivono nella stessa maniera l’ambito di applicazione della volontà. (Ibidem)

La psiche, dunque, non coincide né con il corpo né con lo spirito, ma costituisce una zona di confine. Questa posizione liminare impedisce sia una riduzione biologica della vita psichica sia una sua spiritualizzazione astratta.

Ma se definiamo la psiche in relazione alla volontà e alla consapevolezza, che ne è dell’inconscio? Dove collocare la sua natura psichica?

Psiche e coscienza: il problema dell’inconscio

Jung affronta direttamente la questione: se psiche = coscienza, che fine fa l’inconscio postulato dalla psicologia moderna? La risposta passa attraverso l’idea di soglia della coscienza, fondata su una concezione energetica.

La possibilità che un contenuto divenga conscio dipende dalla sua intensità.

Non esiste una separazione netta, ma una gradazione. Per questo Jung può ipotizzare che l’inconscio, in quanto sistema psichico, possieda tutte le funzioni della coscienza – percezione, memoria, fantasia, affetto, persino volontà e giudizio – ma in forma subliminale.

Questo inconscio, ma poiché si suppone che sia un sistema psichico, è possibile che abbia tutto ciò che anche la coscienza ha, ossia percezione, appercezione, memoria, fantasia, volontà, affetto, sentimento, riflessione, giudizio ecc., ma tutto questo in forma subliminale. (Ibidem)

L’inconscio, secondo questa concezione, non è un deposito inerte, ma un sistema dinamico, attivo, strutturato. Tuttavia, non coincide semplicemente con una coscienza “più debole”: è un medium diverso, con leggi proprie.

Processi psicoidi e inconscio

Jung introduce qui la distinzione tra inconscio e processi psicoidi. Dove predomina l’istinto, hanno inizio processi che appartengono alla sfera dell’inconscio ma sono incapaci di coscienza. Essi costituiscono un ponte verso la fisiologia e la materia.

Il processo psicoide non esaurisce l’inconscio, che ha un’estensione più ampia: oltre ai processi psicoidi, vi sono rappresentazioni e atti volontari inconsci, cioè processi analoghi a quelli coscienti, ma privi di illuminazione.

Dove predomina l’istinto hanno inizio i“processi psicoidi” che appartengono alla sfera dell’inconscio in quanto elementi “incapaci di coscienza”. Invece il processo psicoide non è l’inconscio tout court, perché l’inconscio potrebbe avere un’estensione notevolmente maggiore. Oltre ai processi psicoidi vi sono nell’inconscio rappresentazioni e atti volontari, e quindi qualcosa di simile a processi della coscienza. (Ibidem)

Questa distinzione consente a Jung di evitare di ridurre l’inconscio a pura fisiologia o assimilarlo completamente alla coscienza.

Complessi affettivi: conservazione, coazione e numinosità

Le osservazioni cliniche portano Jung a una scoperta fondamentale: i contenuti inconsci non cambiano come quelli consci. I complessi a tonalità affettiva possono arricchirsi di associazioni, ma non vengono corretti; restano conservati nella loro forma originaria.

Da qui derivano tre caratteristiche essenziali:

  1. un effetto costante e uniforme sulla coscienza
  2. un carattere coattivo
  3. una tendenza all’auto-amplificazione

Più un complesso è distante dalla coscienza, più assume un carattere arcaico-mitologico e quindi una numinosità. Questa numinosità sottrae il soggetto alla volontà cosciente e lo immerge in uno stato di emotività priva di controllo.

In condizioni estreme, come nelle dissociazioni schizofreniche, il complesso può assumere una potenza quasi sacra, mostrando come il confine tra psicopatologia e religiosità arcaica sia meno netto di quanto si creda.

Tali complessi assumono – presumibilmente in proporzione alla loro distanza dalla coscienza e mediante autoamplificazione – un carattere arcaico-mitologico e quindi una “numinosità”, com’è facile constatare nel caso di dissociazioni schizofreniche. Ma la numinosità è completamente sottratta alla volontà cosciente, perché traspone il soggetto in uno stato di emotività, cioè di abbandono privo di volontà. (Ibidem)

La metafora dello spettro: il rosso dell’istinto

Jung utilizza l’analogia dello spettro luminoso per descrivere l’abbassamento dei contenuti inconsci. Quando la dissociazione aumenta, i contenuti precipitano verso un livello più primitivo, avvicinandosi alla forma istintuale di base.

Questo movimento è paragonato a uno spostamento verso la banda rossa dello spettro: il rosso, colore del sangue, simbolizza la sfera emotiva e istintuale, caratterizzata da automatismo, ininfluenza e reazioni tutto-o-nulla.

Benché nell’inconscio il processo proceda a prima vista come se fosse conscio, sembra però precipitare, via via che cresce la dissociazione, a un livello in certo modo più primitivo (cioè arcaico- mitologico), accostarsi alla forma istintuale che ne è alla base e assumere le caratteristiche distintive dell’impulso, ossia automatismo, in influenzabilità, all-or-none-reaction ecc. Ricorrendo all’analogia dello spettro, possiamo paragonare l’abbassamento dei contenuti inconsci a uno spostamento verso la banda rossa, paragone che riesce particolarmente suggestivo in quanto il rosso caratterizza da sempre, come colore del sangue, la sfera emotiva e istintuale. (Ibidem)

La relatività della coscienza

La riflessione sullo spettro conduce Jung alla tesi che anche la coscienza sia relativa. Non esiste una coscienza unitaria, ma una scala di intensità.

Psiche = coscienza? Essa ci mostra infatti quanto lo stato inconscio sia relativo, tanto relativo che ci sentiamo addirittura attratti dall’idea di usare un concetto come quello di “subconscio”per caratterizzare esattamente il lato oscuro della psiche.Sennonché anche la coscienza è altrettanto relativa, perché entro i suoi confini non c’è semplicemente una coscienza, ma tutta una scala di intensità di coscienza. Tra “io faccio” e “io sono cosciente di ciò che faccio” esiste una differenza abissale, non solo, ma a volte addirittura una vera e propria antitesi. Vi è quindi una coscienza nella quale predomina l’inconscio, e vi è una coscienza nella quale domina la consapevolezza. (Ibidem)

Vi sono dunque stati in cui predomina l’inconscio e stati in cui domina la consapevolezza: un contenuto può essere, ai fini pratici, inconscio per l’Io, pur essendo conosciuto sotto un altro aspetto. L’Io può sapere che qualcosa esiste senza sapere che cosa fa nella dinamica psichica.

La coscienza come costellazione di luminosità

Osservando animali e bambini, Jung nota fenomeni paraconsci che non implicano l’esistenza di un Io strutturato. La coscienza primitiva non è centrata: divampa qua e là, in risposta a eventi e affetti.

Se osserviamo a fondo i processi psichici nei vertebrati superiori e specialmente negli animali domestici, incontriamo fenomeni paraconsci che non consentono però di supporre l’esistenza di un Io. Come ci dice l’esperienza immediata, la luce della coscienza ha molti gradi d’intensità, e il complesso dell’Io ha parecchi livelli di accentuazione. A livello animale e primitivo regna una semplice luminositas ancor quasi indistinguibile dalla chiarezza di frammenti dissociati dell’Io, così come a livello infantile e primitivo la coscienza non è un’unità, non essendo ancora centrata da un complesso dell’Io consolidato, ma divampa ora qui ora là, dove eventi, istinti e affetti interni. (Ibidem)

La coscienza dell’Io è circondata da molte piccole luminosità: una costellazione.

Questa intuizione era già presente, secondo Jung, nella simbologia alchemica, che parlava di scintillae, di semi di luce disseminati nella materia.

Mito, occhi e visione molteplice

Il motivo delle luminosità ritorna potentemente nel mito di Argo Panoptes, il gigante dai cento occhi, simbolo del cielo stellato. Dopo la sua morte, i suoi occhi vengono trasferiti nella coda del pavone, diventando occhi luminosi.

Analogamente, il Puruṣa del Ṛgveda è descritto come un essere dai mille occhi. Queste immagini esprimono una stessa intuizione archetipica: la coscienza non è singolare, ma plurale.

E come non può esistere un qualcosa nell’uomo senza il numen divino, così non può esistere senza il lumen divino. Perché soltanto numen e lumen, questi due soli elementi, possono rendere l’uomo perfetto. Da essi deriva ogni cosa ed entrambi sono nell’uomo, ma l’uomo non è nulla senza di loro mentre essi esistono senza l’uomo. (Parcelso – Philosophia sagax – Ibidem)

Istinto come modello di comportamento: il “colpo di genio”

Jung formula qui una delle sue idee più feconde: istinto e modo arcaico coincidono nel concetto biologico di modello di comportamento. Ogni istinto attua un quadro completo e definito.

L’esempio della formica tagliafoglie è illuminante: senza l’intero quadro – formica, foglia, albero, trasporto, fungaia – l’istinto non può funzionare. L’istinto è inseparabile dalla sua forma.

Questo quadro è aprioristico e congenito. Anche l’essere umano, come entità biologica, attua modelli di comportamento specificamente umani. Il libero arbitrio è tanto più limitato quanto più la coscienza resta immersa nella sfera istintuale.

Clinica delle immagini e processo di individuazione

Nella pratica clinica Jung osserva pazienti saturi di fantasie indistinte. Rinuncia a interpretazioni premature e invita il paziente a sviluppare le immagini.

In più di un caso non era affatto facile rispettare tanto ritegno poiché si trattava di pazienti che avevano bisogno di determinate concezioni per non perdersi interamente nel buio. Fui costretto a cercare di dare interpretazioni individuali questo svolgimento poteva assumere forma drammatica, dialettica, visiva, acustica, danzante, pittorica, plastica, prender forma di disegno. Il risultato di questa tecnica fu una massa di raffigurazioni complicate nella cui molteplicità per anni e anni non riuscii a raccapezzarmi, e precisamente fin quando non fui in grado di riconoscere che questo metodo costituisce la manifestazione spontanea, appena sorretta dalle capacità tecniche del paziente, di un processo in sé inconscio. (Ibidem)

A questo processo Jung da il nome di processo di individuazione

I pazienti mi hanno fatto sempre l’impressione d’essere letteralmente zeppi di fantasie, senza poter dire in che cosa consistesse la pressione interna. Ho colto quindi l’occasione di un’immagine onirica. di un’idea sopravvenuta al paziente per incaricarlo di dipanare. (Ibidem)

Nel caos iniziale emergono motivi ricorrenti: dualità, quaternità, cerchi, centri. Non esiste motivo mitologico che non possa affiorare.

Nel corso del lavoro la disparità inizialmente caotica delle immagini si addensava in motivi ed elementi formali che si ripetevano in forma identica, analoga negli individui più diversi. (Ibidem)

Gli archetipi, regolando e motivando i contenuti della coscienza, si comportano come istinti. Le immagini archetipiche sono forme tipiche di situazione, equivalenti simbolici dei modelli di comportamento.

Citerò qui, tra le caratteristiche fondamentalissime, la disparità caotica e l’ordine, la dualità, il contrasto di chiaro e scuro, sopra e sotto, destra e sinistra, l’unificazione dell’antitesi in un terzo elemento, la quaternità (quadrato, croce), la rotazione (cerchio, sfera) e infine la convergenza in un centro. (Ibidem)

Immagine e senso coincidono: come l’immagine si forma, così il senso si chiarisce.

Posso dire in proposito solo che non c’è nessun motivo mitologico che non affiori all’occasione in questi prodotti. E quando i miei pazienti possedevano nozioni apprezzabili di motivi mitologici, questi erano di gran lunga superati dalle immaginazioni che la fantasia sa configurare. Di norma le conoscenze mitologiche dei miei pazienti erano minime. […] La coincidenza delle fantasie, guidate da regolatori inconsci, con i monumenti dell’attività spirituale dell’uomo in generale a noi noti dalla tradizione e dalle ricerche etnologiche. […] Un a priori inconscio preme verso il divenire della forma, e noi ignoriamo che la coscienza di un altro è messa in moto dagli stessi motivi, pur avendo la sensazione d’essere in preda a una illimitata casualità soggettiva. Su tutto questo processo sembra aleggiare un oscuro “saper-di-già” non solo della configurazione, ma anche del suo senso. (Ibidem)

Spirito e istinto: equilibrio energetico

L’antitesi spirito-istinto non è morale. L’istinto non è cattivo, lo spirito non è buono. I processi psichici sono equilibri energetici tra opposti.

Gli archetipi, nella misura in cui intervengono a regolare, a modificare e a motivare nella configurazione i contenuti della coscienza, si comportano come istinti. Viene quindi spontaneo porre questi fattori in rapporto con gli istinti e chiedersi se le tipiche immagini di situazione che questi princìpi formali collettivi sembrano rappresentare non siano alla fin fine assolutamente identiche alle forme istintuali, ossia ai modelli di comportamento. (Ibidem)

Quando la coscienza si identifica unilateralmente con uno dei poli possono sorgere regressione istintuale o spiritualizzazione astratta.

L’uomo esiste almeno come un alcunché che viene spinto verso una qualche cosa e, al tempo stesso, come un alcunché che si raffigura una qualche cosa. Quest’antitesi non ha di per sé alcun significato morale, perché di per sé stesso l’istinto non è cattivo e lo spirito non è buono. Entrambi possono essere sia buoni che cattivi. (Ibidem)

La coscienza: un punto mobile

Per Jung la coscienza è un punto mobile su uno spettro:

  • Il Polo dell’Istinto (Bio-psichico): Qui risiedono le spinte biologiche, la fame, la sessualità, la conservazione della specie. Quando la coscienza si sposta qui, l’uomo agisce in modo quasi animale, guidato dalla necessità fisica

  • Il Polo dello Spirito (Archetipico): Qui risiedono le forme del pensiero, i significati universali e le immagini ideali. Quando la coscienza si sposta troppo qui, rischia di staccarsi dalla realtà materiale (l’unilateralità di cui parla Jung)

L’illusione nasce quando la coscienza si ferma a un solo estremo. Se neghiamo lo spirito, diventiamo schiavi dell’istinto; se neghiamo l’istinto (razionalizzando tutto), perdiamo le nostre radici vitali. La salute psichica per Jung è l’equilibrio tra questi due “opposti”.

Ora la coscienza si trova in prossimità dei processi istintuali e allora cade sotto il loro influsso; ora si accosta all’altra estremità in cui prevale lo spirito e assimila perfino i processi istintuali a lei opposti. Queste posizioni antitetiche, generatrici di illusioni, non sono affatto fenomeni abnormi, bensì formano le unilateralità psichiche tipiche. (Ibidem)

Archetipi precoscienti e spettro

Un’umanità più tarda e più cosciente ebbe l’idea che si trattasse di residui di una cosiddetta età dell’oro, durante la quale erano esistiti uomini sapienti che insegnarono la sapienza dei popoli. In epoche successive e decadute questi insegnamenti sarebbero stati dimenticati, sfociando in una semplice ripetizione meccanica di gesti non più compresi. Considerando i risultati raggiunti dalla psicologia moderna non può più sussistere alcun dubbio che esistono archetipi precoscienti che non furono mai consci e che possono essere stabiliti soltanto in via indiretta attraverso i loro effetti sui contenuti della coscienza.

Gli archetipi non sono residui storici, ma strutture precoscienti mai state coscienti. Jung ritorna allo spettro: l’istinto appartiene all’infrarosso, l’archetipo all’ultravioletto.

L’archetipo, come immagine dell’istinto, appare viola: contiene in sé il rosso e il blu.

Riepilogando gli archetipi:

  • Non sono ricordi appresi, non sono idee che abbiamo imparato e poi dimenticato

  • Sono strutture innate, “pre-coscienti”. Proprio come un uccello nasce con l’istinto di costruire il nido senza che nessuno glielo abbia insegnato, l’essere umano nasce con delle “forme psichiche” (gli archetipi) che organizzano la sua esperienza e orientano verso il processo di individuazione

  • Si vedono dai loro effetti, Non possiamo vedere l’archetipo in sé (è come un rullino non sviluppato), ma vediamo le sue “immagini” nei sogni, nelle religioni e nell’arte.

Oltre la psiche

Esprimendoci in termini di analogia con lo spettro visibile, ciò vuol dire che l’immagine istintuale si scopre non sulla banda rossa ma sulla banda viola della scala dei colori. La dinamica degli istinti è localizzata per così dire nella parte infrarossa dello spettro, mentre l’immagine istintuale si trova nella parte ultravioletta. Se così esprimendoci pensiamo alla notissima simbologia dei colori, vediamo che, come già abbiamo ricordato, il rosso non si adatta affatto male all’istinto. Ci aspetteremmo però che allo spirito si adattasse meglio il blu che non il viola. Il viola è il cosiddetto colore “mistico”, che tuttavia rende in maniera soddisfacente l’aspetto indubitabilmente “mistico” e rispettivamente paradossale dell’archetipo. (Ibidem)

L’infrarosso psichico trapassa nella fisiologia; l’ultravioletto psichico oltrepassa la psiche stessa. Spirito e materia si fronteggiano sul terreno psichico.

La realizzazione e l’assimilazione dell’istinto non si verifica mai all’estremità rossa, ossia sprofondando nella sfera istintuale, ma soltanto mediante l’assimilazione dell’immagine che significa ed evoca al tempo stesso anche l’istinto, ma lo fa in forma completamente diversa da quella che incontriamo sul piano biologico. (Ibidem)

Jung afferma che scivolare nell’istinto non significa affatto “capirlo” o “integrarlo”. Al contrario, quando la coscienza si sente troppo vicina alla sua parte animale, prova terrore. La coscienza è una conquista recente e fragile. Tornare all’istinto puro significa rinunciare all’Io, alla volontà e alla distinzione individuale.

Il precipitare nella sfera istintuale non porta quindi alla realizzazione e all’assimilazione cosciente dell’istinto, perché la coscienza si difende addirittura con panico all’idea di essere ingoiata dalla primitività e dall’incoscienza della sfera istintuale. Questa paura anzi è l’oggetto eterno del mito dell’eroe e il motivo di innumerevoli tabù. Quanto più ci si accosta al mondo degli istinti, tanto più intensa è l’urgenza di liberarsene e di salvare la luce della coscienza dall’oscurità di abissi infuocati. L’archetipo però, in quanto immagine dell’istinto, è psicologicamente un fine spirituale verso il quale preme la natura dell’uomo. (Ibidem)

Infrarosso e ultravioletto psichico

Jung paragona l’istinto alla luce infrarossa. L’infrarosso è calore, è invisibile ma lo sentiamo fisicamente. È il punto in cui la psiche “sfuma” nel corpo: i nostri impulsi biologici (fame, riflessi, chimica ormonale) sono la base della nostra mente, ma non ancora “pensiero”. Se scendiamo troppo in basso, la psiche scompare nella fisiologia: noi sentiamo la fame (un fatto psichico), ma la digestione o la sintesi delle proteine sono processi puramente fisiologici.

All’altra estremità dello spettro c’è la luce ultravioletta. Anche questa è invisibile, ma carica di energia. È l’archetipo nella sua matrice, non è “psichico” nel senso comune del termine (non è un sentimento, non è un pensiero personale). È una struttura ordinatrice che si manifesta attraverso la nostra mente, ma che sembra esistere anche fuori di essa. Qui la psiche sfuma in ciò che Jung chiama “spirituale” o “metafisico”. L’archetipo è come un progetto geometrico che organizza la nostra esperienza, ma non è creato da noi.

Come l’“infrarosso psichico”, ossia la psiche istintuale biologica, trapassa a poco a poco nei processi fisiologici vitali e quindi nel sistema di condizioni chimiche e fisiche, l’“ultravioletto psichico”, ossia l’archetipo, rappresenta un settore che da un lato non mostra nessuna delle caratteristiche proprie di ciò che è fisiologico, ma d’altra parte e in ultima analisi non può neppure più essere chiamato psichico, benché si manifesti psichicamente. Ma questo lo fanno anche i processi fi siologici, senza che perciò li si dichiari psichici. Pur non essendovi alcuna forma di esistenza che ci possa essere mediata se non per via esclusivamente psichica, tuttavia non si può spiegare tutto unicamente per via psichica. (Ibidem)

La natura psicoide dell’archetipo

Il termine chiave è Psicoide, Jung sostiene che l’archetipo abbia una doppia valenza:

  1. Si manifesta psichicamente, Lo vediamo nei sogni, nei miti e nelle visioni

  2. Ha una radice non-psichica, l’archetipo è legato alle leggi della natura e del cosmo (pensiamo per esempio al movimento, alla ritmicità, ai cicli naturali).

Jung potrebbe dirci che l’archetipo sia il “ponte” tra la materia e lo spirito. Proprio come l’istinto ci lega al mondo degli animali e delle cellule, l’archetipo ci lega alle leggi universali del significato.

Il paradosso della mediazione psichica

Riprendendo l’ultima frase citata: “Pur non essendovi alcuna forma di esistenza che ci possa essere mediata se non per via esclusivamente psichica, tuttavia non si può spiegare tutto unicamente per via psichica”.

Potremmo dedurre che tutto ciò che conosciamo del mondo passa attraverso la nostra mente (noi “vediamo” il mondo con la psiche). Tuttavia, la psiche non ha creato il mondo. Esistono realtà (la biologia da una parte, le verità archetipiche dall’altra) che usano la psiche per manifestarsi, ma che hanno un’origine che va oltre l’individuo.

Per Jung, l’essere umano è come un prisma. La luce della realtà entra nel prisma e si scompone. La parte visibile è la nostra coscienza, ma siamo circondati da due zone “invisibili”:

  • In basso (Infrarosso): Il corpo e la biologia

  • In alto (Ultravioletto): Lo spirito e le strutture universali (Archetipi)

Questa visione è ciò che porterà Jung a collaborare con il fisico Wolfgang Pauli per studiare la sincronicità: l’idea che psiche e materia siano in realtà due facce della stessa medaglia (l’Unus Mundus).

Questo saggio mostra che la psiche non è una sostanza, ma un campo di tensioni. La coscienza è una luce fragile, circondata da molte luci minori, sospesa tra coazione istintuale e trascendenza simbolica.

Comprendere la l’essenza della psiche tra istinto e spirito significa accettare questa instabilità come condizione della trasformazione. È in questa oscillazione che l’essere umano diventa, senza mai coincidere pienamente con se stesso.

Pubblicato il
4 Febbraio 2026

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