Matteo Mannucci
Dottore in Discipline Psicosociali, Dottore in Informatica Umanistica, Facilitatore in Mindfulness (ric. IPHM), Conoscitore in psicosomatica
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Carlo Sini, l’uomo e le macchine

L’umano senza la tecnica non c’è mai stato!

È uno dei titoli che il filosofo Carlo Sini lancia in questo bel contributo video reperibile su youtube che affronta la dicotomia reale o presunta: uomo-macchina.

Secondo la visione di Sini se togliamo la tecnica, compresa quella tecnica fondamentale che è il linguaggio, torniamo semplicemente all’animale.

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Alaux Jean, Pandora carried off by Mercury (Wikipedia)

La visione Aristotelica del movimento

Automa significa “Ciò che pensa da sé”, i tempi nostri sono quelli delle macchine intelligenti, macchine dai movimenti meccanici, automatici, dunque possiamo domandarci: «Che cos’è il movimento?».

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Photo by Ahmad Odeh on Unsplash

Aristotele ha suggerito una visione organica, non meccanica, del movimento che è sempre un movimento di un organismo pensato sul modello del vivente vegetale, animale, umano, il movimento è sempre un attraversamento con mezzi, strumenti.
Così la pianta affonda le radici nella terra ottiene e invia messaggi intorno a sé, segue a livello più sofisticato l’animale e poi al vertice della sofisticatezza troviamo l’essere umano.

La visione Aristotelica del movimento vede che ogni movimento ha nel suo fine la sua causa.

Abbiamo una causa prima e una causa seconda verso la quale si procede, esiste un’intenzione verso qualcosa, così si adoperano i propri mezzi, gli organa,  per raggiungere una nuova forma.

Questo è un tentativo di spiegare tutti i movimenti del Cosmo, non soltanto i movimenti degli esseri intelligenti, gli animali anche i pianeti, il sole, la luna, gli astri le costellazioni, si muovono.

Tutti tendiamo a raggiungere quella perfetta forma che ritorna circolarmente in eterno poiché ogni movimento progressivo, vuole raggiungere quella forma che lo fa ritornare eternamente uguale a se stesso in senso organico, appunto perchè tutte le sue parti sono inscindibili.

Non si può lavorare in maniera digitale, ma in maniera analogica, che vuol dire ripetitiva, fatta di ripetizioni; analogia e ripetizione. Tutte queste forme di movimento hanno il loro scopo ultimo nella perfezione dell’Uno che Aristotele chiamava Dio.

La visione Democritea del movimento, la scuola Atomistica

Oltre a quella aristotelica esiste una seconda visione: quella atomistica di Democrito.

In quest’ottica il movimento non ha un fine, è una condizione di tutti i corpi a livello originario: «Non ha bisogno di cause iniziali, non ha bisogno di finalità, è il primum di tutti i primi, da sempre c’è, sempre ci sarà eternamente».

Un eterno vortice dove soltanto la casualità degli incroci determina le forme per le correnti dell’universo, questa concezione venne completamente cancellata nel mondo antico, perché era troppo insopportabile, palesemente atea, parlava degli Dei in maniera intollerabile perché sembrava una negazione dell’essere umano.

La concezione Cristiana e la divina Provvidenza

I testi della scuola Atomistica, non solo quelli di Democrito, ma anche di altri importanti maestri sono andati tutti perduti. Con l’arrivo della tradizione Cristiana non si parla più di una matrice organica (atomistica), ma della divina provvidenza del Creatore che ha creato l’universo.

Dio il grande meccanico costruttore, il grande automa del mondo, nel senso della costruzione intelligente ha già previsto tutte le combinazioni perché nella sua mente è presente una matematica infinita e tutto quello che accade era già stato previsto e voluto.

Stabilito perché il mondo nel quale viviamo sia il migliore dei mondi possibili, arriviamo all’antitesi della visione democritea nella quale si diceva che: “non c’è nessun fine, le cose accadono così a caso”.

Nel Cinquecento sotto l’impulso della rinascita del “quartiere degli antichi” voluta dagli umanisti, si fece una grande scoperta. Si scoprì un poema di cui si avevano notizie, ma di cui non esisteva più copia alcuna e questo poema era il De rerum natura di Lucrezio.

Lucrezio De Rerum Natura evoluzione inno a Venere

Lucrezio De Rerum Natura evoluzione inno a Venere – lacooltura.com

Il De rerum natura è un grande poema che ci pone di fronte alla rinascita dell’interesse per l’atomismo per la cosmologia del meccanicismo verso un mondo che non ha figli, che non ha scopi, che basta a se stesso, che detto in altri termini: non ha paura della morte.

Per Epicuro la morte non esiste, si tratta di una dissoluzione del corpo, non c’è nulla da temere.
Con una sua geometrizzazione naturale di tutti i movimenti, Epicuro diede un impulso straordinario alla nascita della scienza moderna.

Nascita della Scienza moderna

Attraverso la mediazione del poema di Lucrezio attraverso il recupero della “Meccanica atomistica” degli antichi Greci, attraverso l’applicazione della matematica a questa meccanica, cioè al calcolo geometrizzante e algebra geometrizzante, arriviamo in Cartesio al movimento delle cose, alla riduzione delle cose a puro movimento come in fondo volevano Democrito e i suoi seguaci.

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McLeod – Historical Medical Books at the Claude Moore Health Sciences Library, University of Virginia

Un impulso straordinario alla nascita della scienza moderna, ci si rende conto che la misurazione del movimento e la riduzione dello stesso a puro meccanismo, calcolabile, significa geometrizzazione dello spazio e del tempo.

Questo fatto ci mette in mano un potere di previsione, di inserzioni nei movimenti della natura, di vicariare addirittura questi movimenti con i nostri strumenti, con artifici, con gli esperimenti, con la costruzione di modelli i movimenti trovano una loro efficacia spiegazione solo nella geometrizzazione atomistica del movimento stesso: il grande principio di Galileo.

Un corpo in movimento continuerebbe infinitamente il suo movimento, se non fosse interrotto da un altro corpo nella continuità infinita del movimento.

Il movimento non ha scopi da raggiungere, non ha né principio, né fine, non ha nessuna ragion d’essere, è quello che è sulla base di questa accettazione geometrica. Con la scienza moderna possiamo calcolare di questo eterno movimento la sua direzione, cosa gli succederà e cosa succederà tra millenni. Ovviamente questa situazione crea una sconquasso nella vita di Galileo, che rischia di pagare caro il suo modo di farci vedere le cose a scapito della divina Provvidenza.

La mediazione più efficace, il fondamento della cultura

Dal ‘600 a oggi siamo al cospetto di un dualismo tra cultura umanistica e scientifica. Dualismo che sta proprio nel grande gesto cartesiano: è Cartesio che risolve la grande questione, perché i corpi sono meccanismi.

Cartesio diceva che un corpo è come una macchina, tutti i suoi meccanismi sono come quelli dei mulini a vento, come quelli degli orologi, delle cattedrali che fanno venir fuori un’animazione, sembra che ci sia un’anima, ma secondo Cartesio non c’è un’anima, c’è un congegno perfettamente calibrato e corpi animali.
Quindi anche l’uomo in quanto corpo è come l’animale.

Rendere plausibile che la Res cogitans, anche il pensiero, la riflessione, il ragionamento, la memoria fossero macchine, all’epoca non era semplice, ma oggi con i progressi straordinari della biologia, della fisica, delle tecnologie, diventa sempre più credibile che in fondo tutto sia un automa.

Come noi prendiamo coscienza del movimento?

Anzitutto siamo nel movimento ed è una constatazione perché siamo in un corpo automa.

Perché dalla nascita, dal momento in cui nasciamo e prima ancora di uscire dal grembo materno, abbiamo già esperienza del movimento, siamo già nel movimento.

Essere nel movimento vuol dire sperimentare nel proprio corpo che il movimento si muove da sé, ma non sono io che lo muovo.

Nella nostra storia umana, abbiamo trovato che i movimenti del corpo non erano sufficienti alla nostra vita, e abbiamo cominciato a costruire degli strumenti artificiali fatti ad arte: degli altri organi. Artificiali cioè pezzi di mondo usati nel mondo, usati per il mondo, contro il mondo è a nostro vantaggio come prolungamenti dei corpi naturali.

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Strumenti artificiali senza dei quali non ci sarebbe l’essere umano, che diventa umano, in quanto un po’ alla volta realizza proiezioni delle proprie capacità naturali attraverso esosomatismi, oggetti fuori del corpo che si aggiungono al corpo è lo potenziano, che scandagliano il mondo.

I primi strumenti artificiali erano fatti ad arte con la pietra, con il legno, quelli di legno, purtroppo sono perduti, ma quelli di pietra ci sono rimasti.
Hanno dai 2 ai 3 milioni di anni, non sono stati prodotti esattamente da Homo Sapiens che si calcola stia sui 300.000 anni, qui parliamo di milioni di anni che il genere Homo ha cominciato a modellare gli strumenti, che significa modellare anche il corpo, il proprio corpo, modellare quelle cose che poi noi chiamiamo mani, modellare gli occhi, modellare le circonvoluzioni cerebrali.

Ottenendo questo risultato straordinario non solo di potenziare quello che già naturalmente sappiamo fare, ma di scoprire con la stessa oggettività il mondo alla luce dello strumento.

Impadronirsi dello strumento artificiale e del movimento

Ogni strumento mostra il suo limite e innesca un altro strumento, questa è la storia dell’uomo un’infinita storia di strumenti. Homo Sapiens si impadronisce del movimento, perché è lui che ci fa umani con il discorso, la parola, il linguaggio. È lui che ci fa umani e lui che rende assurda la questione se la tecnologia come dire può essere disumana, e poi in qualche misura minacciarci perché non è questo il problema. Il problema non è lì. Il problema è che non c’è una natura umana, perché la natura umana è in cammino attraverso i suoi strumenti.

L’importanza del linguaggio

Il linguaggio è il più potente strumento di traduzione di tutto quello che facciamo, lo specchio del nostro fare a livello di proiezione verbale. Spesso trascuriamo la potenza del discorso, la sua specificità, ma ognuno di noi dice chi è per quello che gli altri fanno e hanno fatto di lui.

All’interno delle dinamiche relative l’interazione umana, il linguaggio è un gesto che assegna ad ognuno un ruolo.

Il linguaggio parla delle cose comuni, è lo strumento della comunità, così nascono i significati. Quando l’uomo primitivo dice caverna perché ha visto l’orso, sta dicendo ai suoi compagni: “corriamo alla caverna”. Non vuol dire la cosa “caverna” che arriva solo dopo nella mente analitica.
Il linguaggio non è in proprietà di nessuno, al contrario siamo noi proprietà del linguaggio comunitario e per diventare “socio” di una comunità l’essere umano deve essere parlato da qualcun altro, così fa il genitore con il bambino. Se per assurdo non parliamo ad un bambino questi non imparerà mai a parlare.

Le macchine non ci rendono parlanti

Il parlare stesso è una macchina in movimento che comporta la voce, il corpo, l’espressione di emozioni, di sentimenti.
Protagora e gli antichi si erano resi conto come l’uomo possa vivere su questo pianeta solo attraverso una società strumentale, una società verbale, altrimenti sarebbe già scomparso da milioni di anni. Possiamo costruire delle macchine che siano dotate di una certa autonomia, ma le macchine non hanno “intenzione”, non la posseggono, non sono intelligenti, non potranno mai esserlo, perché l’intelligenza non è un prodotto.

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Non sono gli atomi o i neuroni gli oggetti della nostra intelligenza e della nostra cultura conoscitiva, della nostra traduzione, delle sperimentazioni, delle osservazioni, delle macchine che indagano il mondo in un discorso senza del quale non ci sarebbe mai nessuna scienza né all’inizio né alla fine.

Le pratiche con le quali approfondiamo la vita, gli strumenti con i quali lavoriamo, fanno parte di un discorso che governa tutto il lavoro dall’inizio alla fine; questo è l’umano, e tutto questo è in gioco nelle macchine.

Le macchine hanno meccanismi pericolosi, per la loro complessità, proprio perché non pensano né bene né male, perché talvolta sono troppo più rapidi di noi, più complicati di una visione analogica, per questi motivi sono pericolosi, ma anche il bastone è pericoloso, tutti gli strumenti lo sono.

L’uomo: l’animale strumentale

L’uomo è “l’animale strumentale” dicevano i greci, il più pericoloso degli animali e allora da questo movimento universale in cui ci troviamo, in quanto lo abbiamo trovato e tradotto in un discorso, in un lavoro sociale, in una programmazione e progettazione sociale. Nasce la nostra responsabilità e nasce la nostra colpa, perché la domanda è che cosa ne facciamo.

Il problema dell’automa in quanto è intelligente, appartiene alla domanda che il discorso deve sollevare in noi, perché è il discorso che ci ha partorito.

Automa vuol dire colui che pensa da sé, che pensa, che riflette, ma di quali strumenti abbiamo bisogno, quali strumenti sono davvero indispensabili, come li possiamo governare, come li possiamo diffondere?

Queste sono le vere grandi domande, una domanda per tutte che si fa molto spesso, si è fatta e si continua a fare: che uso vogliamo fare dello strumento computer in una classe di liceo e non così genericamente?

Carlo Sini – filosofo

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Pubblicato il
9 Febbraio 2021
Ultima modifica
17 Maggio 2022 - ora: 13:43

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