Matteo Mannucci
Dottore in Discipline Psicosociali, Dottore in Informatica Umanistica, Facilitatore in Mindfulness (ric. IPHM), Conoscitore in psicosomatica
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Il soggetto supposto sapere e la verità

Dio e il sapere di Dio

Dopo Pascal il Dio dei filosofi è da distinguersi dal Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, in quanto quest’ultimo è propriamente un Dio che parla e che promette la vita eterna quale premio riservato ai fedeli che ne osservino i comandamenti. Un Dio che è molto lontano dai tempi di Platone e Socrate, tale Dio è sempre lì e da lì assicura la tenuta del Dio dei filosofi, che proprio per questo non può essere facilmente liquidato.

Questo Dio che parla dal roveto ardente (rivelazione a Mosè) sembra condurre del tutto naturalmente al Dio Uno dei filosofi greci. La sua natura di Dio che parla si manifesta pienamente nella preminenza del profetismo all’interno della tradizione giudaica, nella quale appunto la verità è stata rivelata attraverso la parola e non invece, come in altre religioni, trasmessa attraverso i miti.

La distinzione tra il sapere e la verità

Tutto ciò ci introduce alla distinzione fondamentale tra sapere e verità, la differenza posta sulla scia di Pascal tra il Dio dei filosofi e il Dio di Abramo, situando al primo posto il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe che è un Dio che parla e di conseguenza facendo sorgere, insieme con la garanzia che ogni volta accompagna la parola, la strada naturale spianata verso il Dio Uno del filosofo, tale articolazione ci introduce a un’altra distinzione fondamentale tra sapere e vertià, nel senso in cui la verità tende del tutto spontaneamente a identificarsi con la metà, con il versante del Dio che parla e il sapere a identificarsi con il Dio dei filosofi.

In rapporto al campo della verità che nella tradizione religiosa corrisponde alla rivelazione, il sapere si situa altrove.

La psicoanalisi ci ha svelato qualcosa di veramente fondamentale al livello del sapere: ciò che si produce nel sapere è l’oggetto (a).

L’oggetto (a) della psicoanalisi Lacaniana

Dal doppio Dio, alla differenza tra sapere e verità, per giungere all’oggetto (a), il dipanarsi del sapere nella scienza, e non solo, conduce a un punto di non definitività, non definizione, punto di sospensione che rimane indicibile, quel punto per cui dopo aver trattato un’opera vengono generate o rimango in sospeso dei punti di sospensione, oppure antinomie, che rilanciano delle conclusioni verso una nuova ripresa.

L’oggetto (a) designa qualcosa che si genera tra le pieghe di quanto è articolato esplicitamente come scoria, come residuo che rilancia anche la migliore relazione verso una ulteriore metabolizzazione razionale.

La psicoanalisi mostra l’oggetto (a) nella sua funzione, ovvero come causa di ciò che introduce nel soggetto la sua mancanza originaria.

C’è un collegamento tra il prodotto di ogni sapere con il destino del soggetto di essere in un rapporto tensionale con la sua causa in quanto questa è la sua verità, in altre parole il soggetto è in rapporto con la sua causa, oggetto (a): mancanza originaria.

Qualunque cosa venga detta, necessiterà sempre della garanzia dell’Altro: colui cioè che sa ciò che vuol veramente dire quel che è stato detto.

Una volta che è stato detto qualcosa occorre supporre qualcuno che conosca il senso di quanto è stato detto.

Possiamo cogliere come mai il Dio dei filosofi sia stato sempre strettamente congiunto al Dio che parla: è evidente che il primo, supposto sapere, costituiva il trono, la sede ideale del secondo, che parla. Il primo chiama in causa in modo latente il secondo Dio ed è razionale e garante della verità circa quanto ha detto il Dio che parla.

Il fenomeno e la sua motivazione di fondo alle volte non disponibile

Così come per le verità di ragione vige il principio di non contraddizione, analogamente per gli eventi contingenti, per le verità di fatto, deve sussistere da Leibniz in avanti una ragione che ne motivi l’accadimento: se qualcosa accade, ebbene ciò non può essere senza motivazione.

Il rapporto tra la parola e la garanzia della parola nel passato ha motivato il gemellaggio tra il Dio che parla e il Dio dei filosofi. Anche le verità di fatto suppongono dei motivi di fondo dell’accadimento (enunciato e garanzia di enunciato, Dio che parla e Dio dei filosofi).

Ecco perché nella sfera psichica dovrà esservi una ragione rispetto a certe questioni, anche se al momento non sono a disposizione o per meglio dire inconsce.

Quando nella sfera psichica accade un fatto, un fenomeno stravagante, bizzarro, un sintomo, inspiegabile, non motivato, strano (factum simbolico), a partire da Freud, deve comunque avere una struttura retrostante che la garantisce.

Quindi un determinato accadimento psicologico nella sua oscurità presuppone una ragione retrostante anche in grado di spiegarlo, anche se questa ragione non a disposizione. Proprio perché non è ha disposizione la postuliamo chiamandola inconscio: Dio che parla (fatto), Dio dei filosofi (ragione).

È esattamente questo che intendiamo quando diciamo che all’orizzonte della nostra pratica c’è il grande Altro che sa, ovvero il Soggetto Supposto Sapere.

Una ragione retrostante non disponibile, pertanto inconscia

Non diversamente dal rapporto del Dio che parla e il Dio dei filosofi (Pascal), non diversamente dalla questione di Leibniz per le verità di fatto alla base delle quali esiste una ragione necessaria retrostante, analogamente per i fatti della vita psicologica che disturbano la vita del soggetto, dobbiamo postulare una ragione retrostante esplicativa anche se al momento non è disponibile, ovvero inconscia.

Una necessità che non scaturisce da un ragionamento, ma deriva, scatta automaticamente per il fatto stesso che sussistono determinate strutture, questa istanza retrostante in grado di motivare tutti i fatti che avvengono in superficie viene chiamata Soggetto Supposto Sapere.

Nel campo della logica l’interpretazione consiste nell’illustrare un determinato sistema logico complesso riportandolo ad un altro di minore portata ma più accessibile.

Al contrario l’interpretazione analitica si distingue per il fatto che all’interno di questo sapere si mira ad un effetto particolare, un effetto di sapere caratterizzato dal fatto di poter essere enucleato solo a partire dalla sua verità.

Una ripercussione di quanto detto a proposito del binomio, di legame, tra la verità e il sapere (Dio che parla/Dio dei filosofi), analogamente nella pratica si parte da determinati fatti e a partire dalla verità di questa fatti si stabilisce un nucleo di sapere in grado di esplicitare tale verità.

La funzione dell’oggetto (a) è quella di collegare il sapere e la verità, tale oggetto è prodotto dal sapere viene immesso nel soggetto come causa della sua verità.

Qual’è la verità in questione?

La verità di ogni soggetto è situata sul versante del desiderio o, per meglio dire, sul versante della divisione del soggetto e si può così compendiare: la Cosa freudiana (il cuore dell’esperienza analitica) ha la proprietà essenziale di essere asessuata.

Intorno a questo effetto di verità bisogna costruire un sapere sfruttando l’oggetto ponte (oggetto a).

La produzione dell’oggetto atto a

L’atto analitico poggia sull’oggetto (a) e che l’oggetto (a) è ciò che si pone nel sapere. Ogni dispiegamento di sapere razionale comporta un resto da razionalizzare ulteriormente. Tale margine non metabolizzato è chiamato “ciò che si produce nel sapere”, esso si produce automaticamente nel dispiego del discorso che si sta elaborando, non è qualcosa che il sapere produce scientemente.

Nel 1968 Lacan entra in rapporto con lo spirito del tempo distinguendo il termine produzione da fabbricazione, poiesis: la differenza è che nella produzione i mezzi di produzione sono automatizzati (inconscio).

Ora, la produzione di sapere, produce il sapere in quanto mezzo di produzione, mentre la funzione di sapere è il lavoro, lavoro ad esempio della verità.

È nel senso della produzione che possiamo dire che il sapere produce l’oggetto (a). Il procedere acefalo del mezzo di produzione è all’origine della genesi dell’oggetto (a).

L’oggetto (a) quindi viene a prendere il posto della beanza in cui è possibile designare il non rapporto sessuale. La doxa analitica post-freudiana vorrebbe che la psicoanalisi non abbandoni la sfera sessuale, tuttavia questa sessualità che incide nell’esperienza umana è la sessualità di un non-rapporto sessuale.

Rimane una lacuna, una zona aperta, una faglia, in questa faglia, beanza, si produce l’oggetto (a). Lo psicoanalista incitando il soggetto al sapere attraverso la trasmissione delle regola analitica (dire tutto quello che viene in mente), finisce col farsi egli stesso supporto del supposto sapere.

Abbiamo un’articolazione profonda, da una parte c’è un modo acefalo di procedere del sapere implicato dalla regola stessa freudiana (dire tutto quello che viene in mente), questa modalità acefala di articolarsi del sapere ricalca il modello della produzione, la condizione in cui la techne diventa da fabbricazione a produzione, tale passaggio porta alla produzione di oggetti di consumo come il sapere acefalo della libera associazione produce l’oggetto (a). Tale oggetto ha a che fare con la verità come causa che il soggetto cerca, ma ciò implica necessariamente che l’analista fomentatore del sapere, si trovi a occupare il posto del supporto del supposto sapere.

Chi è il soggetto supposto sapere se Dio è morto?

Il problema della nostra epoca, riguardo questa dimensione della supposizione di sapere, è che di questo soggetto supposto sapere non si può più osservare l’esistenza (Dio è morto).

Questo soggetto supposto sapere, che l’esperienza analitica fomenta nell’Altro, non è sicuro che possa essere Uno.

Lo psicoanalista dunque sospinge il nevrotico sulla via dell’incontro con il soggetto supposto sapere attraverso un incitamento a sapere che promette di condurlo verso la verità.

Procedere con la regola freudiana della libera associazione pone il soggetto sulla via per incontrare la verità che assedia come causa il soggetto. Tale via può essere trovata solo quando il sapere opera in modo acefalo, in questo modo indirettamente si produce l’oggetto (a), ma contemporaneamente sorge all’orizzonte il supposto sapere che l’analista si trova a incarnare.

L’interpretazione analitica quindi fa sorgere un sapere intorno ad un effetto di verità, è il modo in cui si viene a creare tra i due versanti: quello del sapere e quello della verità.

Una lezione del Prof. Carmelo Licitra Rosa per Uninettuno.

Pubblicato il
27 Marzo 2023

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