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Il simbolo come forma di comprensione della realtà
Psiche, mito e conoscenza oltre la spiegazione causale

Introduzione – Perché oggi il simbolo è tornato centrale

Viviamo in un’epoca che spiega molto e però sembra comprendere poco. Algoritmi, neuroscienze, big data e modelli predittivi hanno esteso enormemente la nostra capacità di spiegazione causale, ma hanno lasciato scoperta – e spesso svalutata – la dimensione del senso. È in questo scarto che il simbolo ritorna come una necessità epistemologica.

Quando ci chiediamo che cosa significhi un sogno, un sintomo, un mito, un’opera d’arte o persino un’esperienza di crisi, spessi ci focalizziamo solo sulla ricerca di una causa meccanica, senza una posizione di vera comprensione.

Il simbolo nasce come risposta alla domanda di senso là dove la spiegazione non basta.

È in questo orizzonte che si colloca il pensiero di Karl Jaspers, la cui riflessione sul simbolo, sviluppata nella Psicopatologia generale, resta uno dei tentativi più lucidi di pensare il confine tra ciò che può essere spiegato e ciò che può solo essere compreso.

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Questo articolo esplora il significato dei simboli nella psiche umana attraversando filosofia, antropologia e psicoanalisi, seguendo un filo rosso: il simbolo non è un codice da decriptare, ma una forma vivente di relazione con la realtà.

Spiegare o comprendere: una frattura moderna

La distinzione tra spiegare (Erklären) e comprendere (Verstehen) è una delle grandi fratture della modernità.
Con Wilhelm Dilthey si afferma l’idea che i fenomeni umani non possano essere trattati come oggetti naturali: essi chiedono interpretazione, non misurazione.

La spiegazione cerca cause, leggi, regolarità.
La comprensione cerca connessioni di senso.

La psiche, per Jaspers, appartiene radicalmente a questo secondo dominio. Un’emozione, un delirio, una visione religiosa non diventano più chiari quando ne individuiamo il correlato neuronale. Quel dato può essere vero, ma resta estrinseco all’esperienza vissuta.

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Introduzione: la soglia dell’esperienza Ogni istante della nostra vita avviene su una soglia invisibile: quella tra ciò che accade e ciò di cui siamo consapevoli. Chiamiamo la prima “realtà”, la

Nel pensiero di Jaspers risuona l’eredità critica di Immanuel Kant: la realtà non ci è mai data “in sé”, ma sempre attraverso forme di organizzazione dell’esperienza. Il simbolo è una di queste forme, forse la più antica e persistente.

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Il simbolo non è un segno: genealogia di una differenza

Uno degli errori più comuni del pensiero moderno è confondere simbolo e segno. Il segno rimanda a qualcosa di determinato: un cartello stradale, una formula chimica, un codice binario. Il simbolo, invece, apre: non indica un oggetto, quanto piuttosto un orizzonte di significato.

Per Jaspers, il simbolo non equivale mai a ciò che rappresenta. Se questa equivalenza viene forzata, il simbolo muore e diventa dogma. Il simbolo autentico vive di ambiguità feconda: dice senza esaurire, mostra senza catturare.

Storicamente, il simbolo nasce molto prima del concetto. Le prime culture non spiegano il mondo: lo raccontano. Ed è in questo racconto che la realtà diventa abitabile.

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la natura della psiche

Il Volume 8 delle Opere di Carl Gustav Jung occupa una posizione singolare all’interno dell’intero edificio della psicologia analitica. Jung riflette esplicitamente sui fondamenti, sui limiti e sulle implicazioni epistemologiche

Mito, immaginazione e coscienza

Il mito è una forma originaria di conoscenza, come ha mostrato Mircea Eliade, il mito non descrive eventi passati: istituisce strutture di senso che orientano il presente.

Anche Claude Lévi-Strauss ha mostrato come il mito organizzi opposizioni fondamentali (vita/morte, natura/cultura, ordine/caos) che nessuna spiegazione scientifica può eliminare.

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Il reale che genera angoscia

Lo strutturalismo di Lévi-Strauss come struttura autosufficiente al di sopra del soggetto Lévi-Strauss è stato uno dei più grandi antropologi del ‘900, ripreso da Lacan per le sue ultime teorie.

Il simbolo mitico non risolve le contraddizioni: le tiene insieme. In questo senso, esso è una matrice della coscienza stessa, e ogni civiltà è riconoscibile dai simboli che produce e da quelli che non riesce più a sostenere.

Il simbolo in psicopatologia

Uno dei contributi più radicali di Jaspers è aver mostrato che la sofferenza psichica è si una disfunzione, ma soprattutto è una rottura del senso.

Nel delirio, ad esempio, il simbolo collassa: ciò che dovrebbe rimandare diventa letterale. L’immagine non è più “come se”, ma “è”. Qui il simbolo non apre il mondo, lo chiude.

Il paziente delirante non manca di simboli: ne ha troppi e irrigiditi. La comprensione clinica sta nel riconoscere il punto in cui la simbolizzazione si è spezzata, non consiste dunque solo nello spiegare il delirio come effetto di una causa. È per questo che Jaspers mette in guardia dall’interpretazione totale: non tutto è interpretabile, e quando lo diventa forzatamente, il simbolo si trasforma in violenza teorica.

Psicoanalisi e simbolizzazione

La psicoanalisi nasce precisamente come pratica del simbolo. Con Sigmund Freud, il sintomo diventa un messaggio cifrato; con Carl Jung, il simbolo si emancipa dalla sola biografia e diventa archetipo.

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Ed è con Wilfred Bion che il simbolo diventa processo: funzione alfa, capacità di trasformare l’esperienza grezza in pensabilità.

Dunque il simbolo non è un oggetto, ma un vero e proprio atto. E come mostrerà Thomas Ogden, esso nasce nello spazio intersoggettivo, in quel “terzo” che nessuno dei due soggetti possiede interamente.

Il significato dei simboli nella psiche umana non è mai dato una volta per tutte: si costruisce, si perde, si trasforma.

I limiti del simbolo

Ogni simbolo autentico porta in sé il proprio limite e quando un simbolo pretende di spiegare tutto, smette di essere simbolo e diventa ideologia.

Le religioni, le teorie psicologiche, persino le scienze possono trasformarsi in sistemi simbolici chiusi, incapaci di tollerare l’alterità. Jaspers insiste su questo punto: il simbolo deve sempre rimandare a qualcosa che lo supera.

Il simbolo non è la verità. È una via verso la verità, e come ogni via può essere smarrita.

Realtà, illusione, trascendenza

Qui si apre un dialogo inatteso con il pensiero non occidentale. Nell’Advaita Vedānta, ad esempio, Shankara distingue tra realtà ultima (Brahman) e realtà fenomenica (Māyā). I simboli religiosi non descrivono l’assoluto, ma lo indicano.

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Il rischio nasce quando il simbolo viene scambiato per ciò che simboleggia. Ma senza simboli, l’umano non ha accesso neppure all’idea di trascendenza. Il simbolo è quindi un ponte, non è il punto di arrivo, occorre attraversarlo.

Conclusione – Vivere simbolicamente senza idolatrare i simboli

Comprendere simbolicamente è innanzitutto accettare l’incompletezza, rinunciare al controllo totale del senso per abitare una realtà più ampia.

In un’epoca che tende a ridurre tutto a un dato, recuperare il simbolo è un gesto radicalmente contemporaneo. Come ci ricorda anche Bruno Latour, non siamo mai stati davvero moderni: continuiamo a vivere di mediazioni, ibridi, simboli.

Forse il compito oggi non è spiegare di più, ma comprendere meglio. E il simbolo, silenzioso e potente, resta uno dei nostri strumenti più umani.

Appunti di una lezione in AIPA, 7 Febbraio 2026, La valutazione diagnostica nella psicoterapia analitica, didatta C. Brunialti

Pubblicato il
15 Febbraio 2026
Ultima modifica
22 Marzo 2026 - ora: 20:52

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