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La responsabilità dell’analista: etica, inconscio e limite della tecnica

Introduzione: quando la tecnica non basta

C’è un punto, nella pratica clinica, in cui la tecnica smette di offrire appigli sicuri. È in quel punto che emerge la responsabilità dell’analista, come posizione etica. La psicoanalisi, infatti, non opera su oggetti inerti, né su sistemi completamente formalizzabili. Opera su soggetti, e più precisamente su relazioni, su campi affettivi, simbolici e inconsci che resistono a ogni riduzione procedurale.

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La modernità ha tentato a lungo di addomesticare questo spazio. Lo ha fatto invocando il modello scientifico, la replicabilità, l’evidenza empirica. Ma la clinica, soprattutto quella di matrice psicoanalitica, ha continuato a produrre un resto irriducibile. È proprio in questo resto che si gioca la questione etica:come assunzione di responsabilità per ciò che accade nella relazione.

La crisi dell’induzione e il tramonto delle certezze forti

Nel corso del Novecento, la crisi dei fondamenti della matematica e della logica ha incrinato l’idea che esistano sistemi chiusi, coerenti e completi. 

La psicoanalisi si è trovata, spesso inconsapevolmente, dentro questa frattura. Il sogno positivista di una clinica interamente fondata su principi induttivi forti si è scontrato con la realtà dell’esperienza:

non tutto ciò che è clinicamente vero è scientificamente formalizzabile. E non tutto ciò che è formalizzabile è clinicamente rilevante.

Questa crisi va letta come un’occasione, essa apre lo spazio per una epistemologia più umile, capace di riconoscere i propri limiti senza rinunciare al rigore. È qui che la responsabilità dell’analista assume una forma nuova come testimone coinvolto di un processo trasformativo.

Tecnica e relazione: oltre l’applicazione meccanica

Nella pratica quotidiana, la tentazione di rifugiarsi nella tecnica è forte. La tecnica offre sicurezza, delimitazione, un senso di controllo. Ma quando la tecnica viene intesa come applicazione di protocolli standardizzati, rischia di trasformarsi in una difesa contro l’incontro reale con l’altro.

La clinica analitica, invece, mostra come la tecnica emerga dentro la relazione. Non esiste una tecnica “pura” che possa essere applicata indipendentemente dal contesto, dalla storia del paziente e dalla soggettività dell’analista.

Ogni interpretazione, ogni silenzio, ogni intervento è situato, contingente, irripetibile.

Questo significa riconoscere che la tecnica è sempre una traduzione. Traduzione di affetti, di immagini, di movimenti inconsci che prendono forma solo nello spazio intersoggettivo.

L’analista lavora con ciò che è, non con ciò che dovrebbe essere.

Jung e il processo di individuazione: etica della singolarità

In questo panorama, il contributo di Carl Gustav Jung appare particolarmente fecondo. La psicologia analitica non si propone come una teoria generale del funzionamento psichico, ma come un percorso di sviluppo della personalità, che Jung ha chiamato processo di individuazione.

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L’individuazione non è un ideale normativo, né un modello di adattamento sociale. È un cammino spesso conflittuale, in cui l’individuo è chiamato a confrontarsi con le proprie contraddizioni, con l’ombra, con gli opposti che abitano la psiche. In questo senso, la terapia junghiana non mira a normalizzare, ma a rendere abitabile la complessità.

L’analista, in questo contesto, non è un tecnico. È un partecipante responsabile, che mette in gioco la propria soggettività: lavoriamo con quello che siamo. E ciò che siamo diventa una responsabilità verso l’altro. Non esiste neutralità assoluta, ma solo una continua vigilanza etica sul proprio coinvolgimento.

Freud e la nascita del rischio analitico

Se Jung ha portato alla luce la dimensione simbolica e archetipica della psiche, Sigmund Freud ha aperto la via: l’inconscio come luogo di conflitto e di resistenza con-causa (se non causa primaria) dell’insorgere della malattia mentale. La psicoanalisi nasce in ambito psichiatrico, ma se ne distacca rapidamente proprio perché rifiuta una concezione puramente nosografica della sofferenza.

La psicogenesi freudiana è un processo complesso, in cui l’origine non è mai completamente superata. Il passato continua ad agire nel presente, spesso in forme mascherate, sintomatiche. L’analista è coinvolto in una dinamica transferale che lo chiama in causa.

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La metapsicologia di Freud

Alla base della metapsicologia di Freud si trova il concetto di pulsione (Trieb in tedesco) il cui significato è quello dell’incalzare. Possiamo intendere Trieb come una vera e propria spinta

La psicoanalisi, sin dalle sue origini, è un sapere esposto, che mette in crisi la posizione di chi lo pratica. Non a caso Freud parlava dell’analista come di qualcuno che lavora “sull’orlo dell’abisso”.

La responsabilità etica nasce proprio da questo rischio: dal fatto che l’analista non è mai completamente al riparo da ciò che incontra.

L’inconscio come oggetto oppositivo

Uno dei contributi più radicali della psicoanalisi junghiana è l’idea che l’inconscio non sia un semplice deposito di contenuti rimossi, ma un oggetto che entra in relazione. L’inconscio resiste, contraddice, sabota. Non si lascia ridurre a una dimensione lineare o trasparente.

Questa oppositività introduce una tensione strutturale nella clinica. Ogni tentativo di comprensione rischia di fallire, ogni interpretazione può essere fraintesa. Eppure è proprio in questo spazio di incertezza che può emergere qualcosa di nuovo.

La domanda clinica fondamentale non è “che diagnosi è?”, ma “che cosa sta accadendo qui e ora?”.

Ridurre la clinica a una sequenza di categorie diagnostiche significa perdere il nucleo affettivo dell’esperienza. Significa trasformare l’incontro in un atto amministrativo. La responsabilità dell’analista consiste invece nel resistere a questa riduzione, nel mantenere aperto lo spazio dell’interrogazione.

Clinica ed etica: oltre la professionalizzazione

Negli ultimi decenni, la psicoterapia ha conosciuto un processo crescente di professionalizzazione. Linee guida, protocolli, standard di qualità hanno cercato di garantire efficacia e sicurezza. Tutto ciò è comprensibile e, in parte, necessario, ma esiste il rischio che la clinica venga svuotata della sua dimensione etica e simbolica.

Quando la pratica terapeutica si chiude nel perimetro del professionale, perde il contatto con la propria origine. La psicoanalisi, in particolare, è nata come un sapere inquieto, capace di mettere in discussione le certezze del suo tempo. Trasformarla in una tecnica tra le altre significa tradirne lo spirito.

La responsabilità dell’analista non può essere delegata a un codice deontologico o a un manuale operativo. Essa si gioca ogni volta nella relazione, nella capacità di ascoltare senza sapere in anticipo, di sostenere l’incertezza senza riempirla prematuramente di spiegazioni.

Antropologia della relazione terapeutica

Da un punto di vista antropologico, la relazione terapeutica può essere letta come una forma moderna di rituale: uno spazio separato, in cui le regole ordinarie della comunicazione vengono sospese. In questo spazio, ciò che normalmente resta implicito può trovare espressione.

Molte culture tradizionali riconoscono l’importanza di figure incaricate di mediare tra visibile e invisibile, tra ordine e caos. L’analista, pur operando in un contesto secolarizzato, svolge una funzione analoga: accompagna il soggetto nel confronto con ciò che lo eccede.

Questa funzione non può essere esercitata senza una profonda assunzione di responsabilità. Non si tratta di guidare, né di salvare, ma di stare. Stare accanto all’altro mentre attraversa territori incerti, senza imporre un senso dall’esterno.

Il limite come luogo etico

La psicoanalisi abita all’interno dello spazio tra la spinta verso la standardizzazione e la misurabilità da un lato, e la consapevolezza crescente dei limiti di ogni formalizzazione, dall’altro. In questo scenario, la responsabilità etica dell’analista nella relazione terapeutica diventa il vero criterio di orientamento.

Assumere questo limite significa riconoscere che la competenza non è mai sufficiente. Significa accettare che il lavoro clinico è, in ultima analisi, un lavoro umano, troppo umano. E che proprio per questo richiede una vigilanza etica costante, capace di tenere insieme tecnica, relazione e apertura all’ignoto. La psicoanalisi è un’arte.

Pubblicato il
10 Gennaio 2026

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