Matteo Mannucci
Dottore in Discipline Psicosociali, Dottore in Informatica Umanistica, Facilitatore in Mindfulness (ric. IPHM), Conoscitore in psicosomatica
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Lavoro su di sé: alchimia di maschile e femminile (l’androginia)

Come studioso di psicologia complessa e del profondo, mi è capitato volte più di riflettere sul concetto degli opposti” e della rispettiva integrazione del principio maschile e femminile (androginia).

In questo interessante video del Mandala Centro Studi Tibetano si vede come la teoria junghiana della Tensione degli opposti (Tipi psicologici, 1921) sia speculare all’antica tradizione orientale del Tantra.

L’androginia della personalità, come meta dell’integrazione del sé

Viviamo in una società nella quale il genere sessuale (maschile, femminile) è diventato uno stereotipo culturale che inquadra l’essere umano in un preciso contenitore, un habitus, un’etichetta: o bianco o nera.
Sono regolati dallo stereotipo comportamenti e tendenze sociali come la concezione che i soggetti di sesso femminile siano più votate alla relazione, mentre quelli maschili siano più inclini alla competizione, oppure la timidezza è più tollerata nelle femmine piuttosto che nei maschi.
Rigidi schemi di una società estroflessa che ha perduto il contatto con le profondità di un mondo interiore dove certe polarità, come appunto maschile e femminile, giocano un ruolo fondamentale per la psiche di ogni essere umano.

Negli anni ’70 due psicologhe Block e Bem convergono sul fatto che l’obiettivo finale dello sviluppo dell’identità sia un senso del sé: «in cui avvenga un riconoscimento del genere sufficientemente sicuro da permettere all’individuo di manifestare qualità umane che la nostra società, fino a ora, ha etichettato come non propriamente maschili o non propriamente femminili» (Block, 1973, p.512). Così, un pieno raggiungimento della maturità personale implica un’integrazione androgina di agenticità e senso della comunità all’interno della personalità di ognuno.[1]

L’androginia per C.G. Jung e il Tantra

Cristiana Tretti, studiosa di buddhismo indo-tibetano e di mistica ebraica, nel video introduce il concetto del Tantra come armonizzazione suprema della nostra interiorità, un bilanciamento di maschile e femminile allo scopo del superamento della concezione duale dell’esistenza. Nella filosofia buddhista tantrica maschile e femminile corrispondono a precisi simboli che derivano dalla tradizione del tantrismo indù (IV d.C.). La polarità femminile per la cultura induista è chiamata Shakti che costituisce il potere attivo della divinità maschile: Shiva.

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Shiva Shakti, maschile e femminile

Maschile e femminile per la tradizione Indù

L’energia femminile divina (Shakti) è l’energia che da vita all’intero cosmo che nella corrente induista è vista in uno stato o di superiorità o di subordinazione rispetto all’energia maschile Shiva. Invece per il tantrismo della filosofia buddhista le due energie sono paritetiche. Questo aspetto si traduce per l’iniziazione indù alla via verso la detenzione del potere sulla realtà, mentre nel buddhismo le due energie paritetiche guidano l’adepto all’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri.

In sintesi in ambito della tradizione indù:

  • il femminile può essere letto simbolicamente come la forza dinamica trasformatrice, forza creatrice del cosmo, ciò che è conoscibile.
  • Il maschile rappresenterebbe la sapienza imperturbabile, il pensiero astratto dotato di luminosità, stato di contemplazione, sapienza accessibile solo attraverso un arduo percorso ascetico.
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La dea Kalì danza sul corpo del dio Shiva. Il dio immerso nello stato contemplativo, la dea danzando al di sopra del dio risveglia e rende manifeste e operative le sue valenze altrimenti inaccessibili

Sempre in ambito indù, Il femminile è ritenuto messaggero o porta verso i mondi celesti, ciò che pone a contatto con il divino e dona il potere trasformativo.
Il maschile dona la sapienza e il distacco. il femminile rappresenta la polarità negativa, mutevole e illusoria della realtà, il maschile la polarità positiva e l’orientamento verso ciò che è immutabile della psiche.
Il femminile mette al mondo il cosmo, potenza cosmogonica, il divino che assume forme. Il maschile è statico, catalizzatore del principio femminile (seme), mette in moto la Shakti.

Quando la Shakti si manifesta in forma distruttiva, ha il compito di arginare o distruggere potenze negative che minacciano l’ordine cosmico.

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Visnu Nārāyaṇa, in contemplazione, costruttore di mondi

Jung: Il femminile è l’anima

Tommaso A. Priviero, dottorando di ricerca in Filosofia presso l’University College London, introduce il pensiero junghiano relativo al tema del femminile.

Il carattere essenziale del femminile è dinamico, trasformativo, rende fertile il processo di trasformazione psichica. Il femminile, anima, psiche è una costellazione di complessi (tra cui quello dell’Io), l’insieme delle esperienze dell’individuo: le esperienze passate, le esperienze di adattamento (persona = maschera), conduttore di immagini personali al quale l’individuo parteciperebbe a livello energetico.
Dalla relazione che l’Io (ego) stabilisce con la molteplicità ne deriva la qualità rigenerante o patologica della psiche. Ecco che si ripresenta la duplice accezione del femminile: creatrice o distruttrice; l’irrazionale come meta-razionale (creatore) o anti-razionale (distruttore).

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Elia e Salomè (Libro Rosso, Jung)

Elia e Salomè che Jung incontra in uno stato meditativo (immaginazione attiva) mentre scrive il Libro Rosso, rappresentano il logos e il sentimento che andranno poi ad integrarsi nella sintesi degli opposti.

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La trasformazione vivificante del principio femminile (Kundalini)

Lettura consigliata

Ven. Lama Paljin Tulku Rinpoche sottolinea come maschile e femminile non siano fuori dall’essere umano, ma espressioni della sua condizione strutturale. Il mito non va cercato fuori, altrimenti si perde la visione tantrica delle energie effettive. Che esistono a prescindere dalle concettualizzazioni culturali. Colui che intraprende un cammino di ricerca interiore deve entrare in contatto con queste energie cercando di mantenerle in equilibrio. Il senso della ricerca che ci costituisce deve permetterci di lavorare al riequilibrare di noi stessi; attraverso la pratica costante, verso la chiara luce della mente.

Bibliografia

1 – G. V. Caprara, Personalità, Raffaello Cortina Editore, 2003, p. 278-279.

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Pubblicato il
13 Ottobre 2020
Ultima modifica
7 Marzo 2021 - ora: 06:55

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