C’è un luogo – sul Lago Maggiore, sopra Ascona – in cui la parola “convegno” sembra insufficiente. Monte Verità non è soltanto un punto sulla mappa: è una “zona di densità”, uno spazio dove, nel Novecento, si sono incrociati utopie del corpo, riforme della vita, ricerca spirituale, danze e filosofie, e dove poi – dal 1933 – hanno preso forma gli Incontri di Eranos, una sorta di “banchetto intellettuale” in cui ciascuno porta qualcosa di proprio alla tavola comune.
Dire “Eranos” significa già evocare una scena: una tavola rotonda, un tempo condiviso, un’ospitalità dell’idea. L’etimologia stessa, come ricordano i materiali dell’Eranos Foundation, rimanda a un banchetto a contributo, un incontro dove si coltiva una pluralità. (eranosfoundation.org)
Dentro questa costellazione, James Hillman appare quasi “inevitabile”, un pensatore che diffida delle spiegazioni troppo lineari e che sente, dietro ogni concetto, il rischio di una violenza sottile: la riduzione.
Quello che segue è un articolo pensato per “reggere” due letture: una rapida (con punti fermi e snodi chiari) e una lenta (con digressioni storiche, antropologiche e psicoanalitiche). Il filo conduttore è semplice e ambizioso: capire perché, per Hillman, spostare l’asse dall’inconscio all’immaginazione sia una rivoluzione di prospettiva; e perché, nel farlo, egli apre una strada che – oggi – suona sorprendentemente ecologica, politica e persino terapeutica.
In questo articolo
Monte Verità ed Eranos: quando un luogo diventa un metodo
Monte Verità, all’inizio del Novecento, fu un laboratorio di controcultura ante litteram: vegetarianesimo, ritorno alla natura, nudismo, teosofia, e una critica vivente alla società industriale. Non è necessario idealizzare quell’esperienza: ogni utopia ha le sue ombre, e ogni “ritorno alla natura” può diventare ideologia. Ma Monte Verità ha avuto un dono raro: ha ospitato differenze senza costringerle a un’unica lingua.
Quando nel 1933 Olga Fröbe-Kapteyn avvia gli incontri Eranos – con il nome suggerito da Rudolf Otto – l’idea è dichiaratamente quella di un “luogo tra Oriente e Occidente”, tra miti, simboli, religioni, psicologia, alchimia. In altre parole, Eranos nasce come antidoto a due tentazioni opposte e complementari:
- la tentazione scientista: ridurre l’esperienza umana a misurazione;
- la tentazione spiritualista: dissolvere l’esperienza in un “oltre” che non sa più incarnarsi.
In mezzo, Eranos tenta una terza via: pensare per immagini, con rigore e senza scivolare nell’arbitrio; stare vicino all’immaginazione senza trasformarla in evasione.
Da Jung a Hillman: archetipi, ma soprattutto immagini
Per capire Hillman conviene partire da Jung, anche per poi vedere come Hillman lo “tradisce” – nel senso più fecondo della parola: tradirlo per salvarne lo spirito.
Jung propone l’idea di inconscio collettivo e di archetipi, come forme ricorrenti che danno struttura all’esperienza. La “persona”, l’“ombra”, l’“anima/animus”, il “senex”, il “puer”, la “grande madre”, il “vecchio saggio”: nomi che diventano mappe.
L'anima cos'è?

Ogni anima incarnata non può non essersi posta una fondamentale e semplice domanda: Cosa sei? Sulla base di questo interrogativo, intorno alla domanda «L’anima cos’è?», ho costruito questo articolo. Il
Hillman, pur restando debitore a Jung, mostra meno interesse per la matrice archetipica e molto di più per le immagini che, in un dato momento, possono avere una qualità archetipica. Per esempio un’immagine che ha qualità “senex” si può connotare come: lentezza, ritorno, memoria, precisione, gravità; e anche irrigidimento, nostalgia sterile, freddezza, moralismo.
Ficino e il “tutto è psiche”: essere nell’anima, non avere un’anima
Marsilio Ficino è una pista storica che può aiutare a comprendere meglio la lettura di Hillman.
Ficino traduce nel 1463 il Corpus Hermeticum (il cosiddetto Pimander) su richiesta di Cosimo de’ Medici; quella traduzione diventa un motore dell’ermetismo rinascimentale e circola enormemente tra manoscritti ed edizioni. Con Ficino rientra nel cuore della cultura europea una visione in cui anima mundi, mondo e anima, non sono separabili come due piani estranei.
L'anima e i suoi significati

L’anima e le sue concezioni nelle varie culture L’anima nella cultura giudaica e in quella greca La nozione di anima era sconosciuta alla cultura ebraica, nella quale invece era già
La psiche non è una “cosa” dentro di noi; è l’elemento in cui siamo immersi, la matrice attraverso cui il mondo appare.
Se guardo una pubblicità “attraverso” un certo televisore, vedo i colori di quel televisore, non quelli “in sé” della pubblicità: il mondo che incontro è sempre mondo-per-me, e “per-me” è l’intersezione di sensi, cultura, storia, corpo, memoria, affetti.
Questa intuizione – che può ricordare Schopenhauer – diventa, in Hillman, una disciplina: non chiedersi soltanto che cosa è una cosa, ma come viene vista, da quale prospettiva, con quale immagine.
In Hillman la psiche non è “dietro” le cose, ma nel modo in cui le cose si danno.
Perché Hillman preferisce “immaginazione” a “inconscio”
Hillman dice (in varie formulazioni) che preferisce parlare di immaginazione più che di inconscio.
“Inconscio” può suggerire l’idea di un deposito, mentre “Immaginazione” invece suggerisce un campo attivo.
Hillman non nega che esistano processi non coscienti, tuttavia rifiuta che “inconscio” diventi un’etichetta passepartout che copre e neutralizza la complessità culturale delle immagini.
La parola “immaginazione”, invece, ci riporta subito a due dimensioni che egli considera essenziali:
- l’estetica (aisthesis: sentire, percepire, cogliere attraverso la superficie la profondità)
- il linguaggio (non solo verbale: linguaggio di figure, scene, gesti, atmosfere)
Molte culture tradizionali non separano nettamente “conoscere” e “figurare”. Il sapere passa per miti, racconti, danze, maschere, riti. In questa idea si riconosce che il mondo umano è un mondo di significati incarnati.
L’immagine non è un’illustrazione del concetto: è una via di accesso al reale.
Il reale che genera angoscia

Lo strutturalismo di Lévi-Strauss come struttura autosufficiente al di sopra del soggetto Lévi-Strauss è stato uno dei più grandi antropologi del ‘900, ripreso da Lacan per le sue ultime teorie.
Estetica: la profondità che traspare dalla superficie
Greci furono “superficiali per amore di profondità”, in altre parole la profondità non è un sotterraneo separato: si manifesta nella forma, nella superficie ben guardata. S. Carta
L’immagine, proprio perché appare, è spesso è la sola verità disponibile, perché l’essere umano vive di forme sensibili e affettive.
Se riduco l’esperienza del paziente a “un fatto” – “è successo X” – posso perdermi ciò che conta: che cosa quell’evento è diventato dentro di lui. E qui Hillman suggerisce di trasformare il fatto in immagine per farlo diventare esperienza.
knowledge and love: quando conoscere è anche amare
Bion parla esplicitamente dei legami fondamentali come L (love), H (hate), K (knowledge), e insiste che un’esperienza emotiva non può essere concepita fuori da una relazione: “X ama Y; X odia Y; X conosce Y” – e questi legami si intrecciano nell’ora analitica.
Il simbolo come forma di comprensione della realtà

Introduzione – Perché oggi il simbolo è tornato centrale Viviamo in un’epoca che spiega molto e però sembra comprendere poco. Algoritmi, neuroscienze, big data e modelli predittivi hanno esteso enormemente
Per Hillman non esiste conoscenza senza tonalità affettiva, perché ogni immagine che conta è un’immagine “carica”, significativa, dotata di peso emotivo.
La modernità ha spesso separato il sapere dalle emozioni, producendo un’idea di conoscenza come possesso e controllo. Hillman, invece, difende una conoscenza come relazione: non prendo il mondo, lo incontro.
L’anima come prospettiva: non una cosa, ma un modo di vedere
In Re-Visioning Psychology, Hillman definisce l’anima come prospettiva più che come sostanza: un “punto di vista” sulle cose, riflessivo, capace di mediare tra noi e gli eventi e di creare quello “spazio di mezzo” in cui nasce il senso.
Questo significa che “anima” non è un oggetto interno da trovare, ma una funzione: la capacità di dare profondità all’esperienza, di non restare inchiodati alla letteralità.
Molti disturbi contemporanei (ansia diffusa, depressione, dipendenze, acting-out) sembrano spesso collegati non soltanto a “contenuti” dolorosi, ma a un collasso della funzione simbolica: quando non posso immaginare, agisco; quando non posso trasformare l’evento in esperienza, resto prigioniero del fatto.
La felicità cos'è? Risponde il filosofo Umberto Galimberti

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Per Hillman l’anima “crea storie”, per rendere abitabile la vita.
La pluralità: essere molti senza dissociarsi
Uno dei tratti più contemporanei di Hillman è la critica all’idea di un Sé unitario come meta finale. Hillman è spesso descritto come “politeista” in senso psicologico: non un centro unico, ma una costellazione.
“Pluralità” non significa frammentazione patologica, ma essere plurali senza essere dissociati. S. Carta
Antropologicamente, molte società hanno gestito la pluralità attraverso ruoli, maschere, riti di passaggio. Il problema moderno è che abbiamo moltiplicato le identità (anche grazie alle libertà conquistate), ma abbiamo impoverito i dispositivi simbolici che le tengono insieme. Risultato: o rigidità (identità come fortezza), o dispersione (identità come feed infinito).
Hillman offre una prospettiva: se riconosco che la psiche è un pantheon, posso smettere di chiedere a un solo dio di fare tutto.
Patologizzazione: quando il sintomo è una sentinella
Con Hillman “patologizzare” significa recuperare il senso originario di pathos e logos: la psiche che soffre può produrre senso, e il sintomo può essere una distorsione necessaria per spezzare una normalità mortifera.
Questa idea dialoga direttamente con una frase celebre di Jung: “gli dèi sono diventati malattie… Zeus non regna più sull’Olimpo, ma sul plesso solare”, cioè i contenuti autonomi che un tempo venivano vissuti come potenze esterne (ovvero immagini proiettate della psiche), oggi si manifestano come sintomi, fobie, ossessioni (altre proiezioni).
La domanda non è solo “come eliminare il sintomo?”, ma “che immagine vuole entrare nella vita attraverso questa distorsione?”
Qui possiamo fare una digressione storica sulla depressione (che nel tuo testo è già impostata molto bene): la melanconia, per secoli, è stata vista anche come condizione riflessiva, saturnina, capace di profondità. Non era “romanticizzazione”: era il riconoscimento che certe ombre, se attraversate, generano pensiero, arte, trasformazione. La modernità farmacologizza (talvolta legittimamente), ma rischia di perdere l’arte del “che cosa significa”.
Hillman non è anti-farmaco per principio. È anti-riduzione: se la cura diventa solo normalizzazione, si spegne l’anima.
Il caso Eichmann e la “banalità del male”: quando l’anima si spegne
Arendt descrive la “banalità del male” come qualcosa di “word-and-thought-defying”: un vuoto di pensiero che diventa uno sterminio amministrato.
La patologia più spaventosa non è sempre l’eccesso di passione, ma l’assenza di immaginazione morale.
Viviamo in società che iperstimolano, accelerano, producono; ma spesso riducono la capacità di sostare, riflettere, simbolizzare. Se l’anima è prospettiva, il bombardamento continuo tende a schiacciarla sulla superficie “fattuale”. La conseguenza non è solo stress: è impoverimento del mondo.
Monet rifiuta l’operazione: la cataratta come verità dell’immagine
La poesia di Lisel Mueller, “Monet Refuses the Operation”, è un esempio perfetto di patologizzazione. Mueller costruisce una scena: il medico vuole “ripristinare la normalità”, Monet rifiuta perché la sua visione “distorta” è diventata la conquista di una vita intera: vedere i lampioni come angeli, dissolvere i contorni, scoprire che cielo e acqua sono lo stesso stato dell’essere.
voi chiamate disturbo ciò che per me è diventato rivelazione. Monet
La normalità percettiva non coincide con la verità dell’esperienza, un mondo di oggetti che “non si conoscono” è un mondo morto; un mondo in cui tutto fluisce e si trasforma è un mondo animato.
Le culture tradizionali spesso prevedono stati alterati (visioni, trance, sogni, possessioni rituali) come canali regolati in cui la comunità rinegozia il senso. La modernità ha spesso privatizzato questi stati, trasformandoli in sintomi individuali. Hillman tenta di fare il percorso inverso: riportare il sintomo dentro una grammatica di immagini.
Dalla stanza d’analisi alla città: lo specchio diventa finestra
Il mondo è immaginale, e le forme collettive (edifici, spazi, ritmi urbani, pubblicità, tecnologia) modellano la psiche perché entrano nel nostro vedere.
Un’“ecologia introversa” (S. Carta): non solo salvare foreste, ma coltivare armonia tra livelli – dentro e fuori – perché dentro e fuori sono in relazione continua.
Una nota critica (necessaria): il rischio di perdere il filo biografico
Da un lato, Hillman ci salva dall’idea di un centro monolitico: l’unità può essere una tirannia. Dall’altro, ogni biografia mostra una sorta di “richiamo” che torna: una direzione, un daimon (per usare un suo lessico). Questa è una polarità da tenere viva: pluralità interna e fedeltà a un compito.
In termini psicoanalitici: possiamo essere molti, ma non per questo senza continuità. La continuità, però, non è un concetto astratto: è un ritmo, una trama di scelte, una ricorrenza di immagini che tornano.
Che cosa ci insegna Hillman oggi: tre pratiche
1) Sospendere la letteralità
Quando accade qualcosa (un litigio, un ritardo, un silenzio), la prima tentazione è “spiegare”. Hillman direbbe: prima ancora, immagina. Trasforma l’evento in un sogno: che scena è? Chi sono i personaggi? Che clima c’è?
2) Ascoltare il sintomo come immagine
Non tutto il dolore è “messaggio”, e non tutto il sintomo è “utile”. La domanda hillmaniana è una disciplina contro la crudeltà della normalizzazione: che cosa sta tentando di correggere questa distorsione? quale unilateralità sta sfidando?
3) Fare ecologia dell’attenzione
Se l’anima è prospettiva, allora il vero inquinamento psichico oggi è l’erosione della prospettiva: l’attenzione frammentata, accelerata, catturata.
“Ecologia” non è solo fuori: è anche il modo in cui guardiamo. E guardare, per Hillman, è un atto etico.
Ecosofia: tra interdipendenza e pratica del limite

Perché ripensare il rapporto tra essere umano e ambiente oggi Viviamo un’epoca segnata da crisi ecologiche e mutamenti climatici che, pur essendo misurabili su scala globale, si riflettono in gesti
Conclusione: vivere come Monet, senza idealizzare la cataratta
La poesia su Monet ci chiede di non ridurre la visione a normalità. Hillman, in fondo, difende questo: una vita che non si lascia definire dai fatti, ma che torna a farli diventare esperienza.
Che cosa succede alla vita umana quando smette di immaginare?
Se l’immaginazione si spegne, restano oggetti che non si conoscono, persone che non si vedono, corpi che non sentono, decisioni che non pensano. Se l’immaginazione si riaccende torniamo a una condizione fondamentale: la realtà torna ad avere profondità.
Ed è qui che la frase chiave può comparire per l’ultima volta (e poi basta): Hillman anima e immaginazione.

Psicologo clinico, Guida in pratiche Meditative, Facilitatore in Mindfulness (ric. IPHM), Master DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare), Master in Sessuologia Clinica, Master in Linguaggi della Psiche, Conoscitore in psicosomatica
