In questo articolo
L’importanza del satipatthana sutta
Tra i numerosi discorsi attribuiti al Buddha, il Satipatthana Sutta (Majjhima Nikaya 10) è considerato uno dei più cruciali per la pratica meditativa. Satipatthana significa letteralmente “i fondamenti della consapevolezza” ed è proprio su queste basi che si sviluppa la vipassana.
Sati: la presenza mentale nel Satipatthana Sutta

Introduzione Quando parliamo di meditazione e consapevolezza, la parola che emerge con forza nei discorsi del Buddha è Sati, termine che in pali significa molto più di semplice attenzione. È
Il Buddha stesso definisce questo sutta come la via diretta alla purificazione, alla cessazione del dolore e alla realizzazione del Nibbana.
Il termine bhikkhu (“monaco”), presente nel testo, non è da intendersi in senso ristretto: riguarda chiunque pratichi con sincerità il cammino, monaco o laico.
I quattro fondamenti della consapevolezza
Il Satipatthana propone quattro porte d’accesso alla realtà ultima:
- Il corpo (kāya)
- Le sensazioni (vedanā) – piacevoli, spiacevoli o neutre
- La mente (citta)
- I dhamma (fenomeni) – osservati alla luce degli insegnamenti
Queste quattro aree non sono compartimenti stagni ma dimensioni interconnesse. Iniziare dalla consapevolezza del corpo porta naturalmente a notare le sensazioni, la mente che le osserva, e infine i dhamma che emergono (come ostacoli, qualità salutari o leggi universali).
Il corpo come primo fondamento
Perché partire dal corpo?
- È più grossolano e quindi più semplice da osservare
- È più lento dei processi mentali, quindi più accessibile
- È più facile sviluppare una visione disidentificata rispetto al corpo che non alla mente
Ecco perché la pratica vipassana inizia quasi sempre con l’osservazione del respiro e dei movimenti addominali.
Il ritornello del satipatthana
Una caratteristica unica del sutta è la presenza di un ritornello ripetitivo che accompagna ogni sezione. In riferimento al corpo, recita:
- contemplare il corpo internamente
- contemplare il corpo esternamente
- contemplare il corpo internamente ed esternamente
- osservare il sorgere e lo svanire
- mantenere la presenza mentale nella misura necessaria
- dimorare indipendenti, senza aggrapparsi a nulla
Questo schema progressivo insegna ad andare oltre la mera osservazione, aprendo gradualmente la visione di impermanenza, insostanzialità e non-sé.
Sei modi di contemplare il corpo
Il Satipatthana Sutta elenca sei modalità specifiche di osservazione del corpo:
- Il respiro (ānāpāna) – osservato come fenomeno e come qualità (calore, movimento, coesione)
- Le posture – seduto, in piedi, camminando, sdraiato
- Le attività quotidiane – dal mangiare al parlare, fino all’uso della ciotola o all’andare in bagno
- Le impurità del corpo – contemplare parti come capelli, unghie, pelle, sangue, interiora per ridurre l’attaccamento
- I quattro elementi – terra (solidità), acqua (coesione), fuoco (temperatura), aria (movimento)
- I nove cimiteri – osservazione della decomposizione del corpo come pratica sulla impermanenza
Queste pratiche non sono simboliche o filosofiche: sono strumenti concreti di trasformazione interiore.
I quattro elementi: il cuore della pratica
Osservare i quattro elementi significa portare attenzione diretta alle qualità percepibili:
- Terra: duro, morbido, ruvido, liscio, pesante, leggero
- Acqua: coesione, fluidità
- Fuoco: caldo, freddo, temperatura
- Aria: movimento, pressione, vibrazione
Questi elementi sono sempre presenti insieme, anche se uno prevale in primo piano. La contemplazione porta a riconoscere la realtà ultima: non c’è un “io” dietro le esperienze, ma solo processi fisici e mentali che sorgono e cessano.
Le tre caratteristiche universali
Attraverso la pratica dei quattro fondamenti della consapevolezza emergono le tre caratteristiche universali di tutti i fenomeni:
- Anicca (impermanenza) – tutto sorge e cessa.
- Dukkha (insoddisfazione) – nulla può dare appagamento duraturo.
- Anattā (non-sé) – non esiste un’entità indipendente che controlli corpo e mente.
La vipassana non è filosofia speculativa ma pratica diretta, che educa a vedere e vivere queste verità in prima persona.
Note curiose e riferimenti
- L’analogia del carro usata dal Buddha mostra come l’“io” sia solo un insieme di parti senza un’essenza autonoma, proprio come il carro non esiste al di fuori delle sue ruote, assi e struttura.
- Monaci dell’epoca praticavano nei cimiteri a cielo aperto, osservando la decomposizione dei corpi per meditare sull’impermanenza.
- Un’opera fondamentale per lo studio del Satipatthana è il libro di Bhikkhu Analayo, tradotto anche in italiano: Satipatthana. Il cammino diretto alla realizzazione (info qui).
Conclusione
Il Satipatthana Sutta non è un testo filosofico, ma una mappa pratica per districare il “groviglio” dell’esistenza. I quattro fondamenti della consapevolezza offrono un metodo semplice e diretto: partire dal corpo, osservare sensazioni, mente e fenomeni, fino a realizzare la verità delle cose così come sono.
Come ricorda il Buddha, questa è la via diretta per la purificazione e la liberazione: un cammino che inizia dall’osservare un semplice respiro.

Psicologo clinico, Guida in pratiche Meditative, Facilitatore in Mindfulness (ric. IPHM), Master DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare), Master in Sessuologia Clinica, Master in Linguaggi della Psiche, Conoscitore in psicosomatica